Pesca intensiva: un’attività non più sostenibile

Perché il nostro Mediterraneo non può più più sostenere la pesca intensiva?

Il problema dell’eccessiva richiesta di risorse rispetto al ritmo con cui il Pianeta ce le offre è tema di sempre maggior attualità. In particolare, la causa della riduzione delle riserve ittiche e dello svuotamento degli oceani e dei mari sembra essere proprio la pesca intensiva.

Nella sua drammaticità, la situazione è stata presa in considerazione dai governi e dall’Europa ma purtroppo con scarsi risultati.

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Ingenti somme di denaro sono state destinate ad attività che hanno causato innumerevoli danni agli ecosistemi marini. Lo studio condotto dall’University of British Columbia ha messo in luce i quasi 22 miliardi di dollari che sono stati stanziati a sostegno di pratiche non sostenibili.

Come già ha messo in evidenza dal WWF, il numero dei pescherecci nel mondo è nettamente superiore ai limiti previsti per una pesca sostenibile. Gli obiettivi per la lobby della pesca circa la quantità del pescato, vanno oltre le previsioni per una scelta a favore dell’ecosistema; ovviamente sono gli interessi economici a condurre il gioco.

Una specie ittica che ha risentito in particolar modo delle conseguenze della pesca non sostenibile è stata quella del Tonno Rosso del Pacifico. Nonostante la drastica riduzione, le risorse ittiche sono state pescate ugualmente, sfruttando e spingendo pescherecci da traino al largo e nelle acque di altri paesi.

Tutto questo senza tenere conto che la vita negli oceani deve già fare i conti con i cambiamenti climatici a cui è inevitabilmente soggetta.

Fonte testo e immagini: ambiente.tiscali.it