Finalmente trovata la causa della mortalità delle cernie nel Mediterraneo: si tratta di un virus. Per gli scienziati non è nulla di nuovo ma quello che fa destare preoccupazione è l’intensità con la quale si sta manifestando in questi ultimi mesi. La mortalità anomala è concentrata in particolare sulle coste italiane di Puglia, Calabria e Sicilia ma anche sulle coste del sud della Spagna e delle Isole Baleari.
Il nome del virus è Betanodavirus e dà vita ad una malattia denominata encefalo retinopatia virale. In realtà non è una novità in quanto questo agente virale è presente da molti anni nel Mediterraneo dove infetta numerose specie ittiche allevate e selvatiche. Sembrerebbe che le cernie non siano le uniche ad essere colpite infatti anche le spigole. Comunque le due specie sembrano essere particolarmente esposte e non a caso la malattia si manifesta con particolare gravità e mortalità elevata.
Ma come agisce il virus? Il Betanodavirus colpisce principalmente i tessuti nervosi di cervello, midollo spinale e retina degli animali causando una alterazione della capacità natatoria e della visione. Infatti gli effetti sugli animali rinvenuti sono desquamazione ed escoriazioni e lesioni oculari.
Il prof. Antonio Terlizzi, professore ordinario di zoologia presso il Dipartimento di scienze della vita dell’Università di Trieste e direttore del Dipartimento di ecologia marina integrata della Stazione Zoologica di Napoli, ha portato ad analizzare numerosi soggetti di cernia pescati morti o morenti lungo le coste pugliesi. Le analisi presso il Laboratorio di ittiovirologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha indicato il virus colpevole.
La dott.ssa Anna Toffan, responsabile del Laboratorio di referenza WOAH per questa malattia, grazie ad una estesa rete di contatti nel Mediterraneo, da anni monitora questi fenomeni e afferma: “I primi casi di mortalità di cernie selvatiche a causa dell’encefalo retinopatia virale in Italia risalgono agli anni ‘9 0e negli anni seguenti le segnalazioni si sono susseguite in diversi paesi Europei e Nord Africani con sempre maggior frequenza. Ad aggravare il fenomeno contribuisce l’aumento delle temperature del mare. Il virus infatti si attiva e aumenta la sua patogenicità a temperature superiori i 25°C. Non a caso le mortalità si osservano sempre a fine estate. E anche quest’anno le segnalazioni seguono un periodo particolarmente prolungato di caldo, che ha fatto registrare per giorni temperature dell’acqua oltre i 32°C. Il virus non è pericoloso per i mammiferi, uomo incluso, ma ha sicuramente un importante impatto sull’ambiente e sulla biodiversità, colpendo soggetti di tutte le taglie ed età di specie protette come la cernia bruna”.
FONTE: www.izsvenezie.it
Credit foto: Fabio Bottero















