Perché adottare la pesca sostenibile? Ma soprattutto cosa è la pesca sostenibile? Ecco un articolo che spiega perché nel 2022 è doveroso parlare di questo argomento
Da qualche mese è uscito il film chiamato “Seasperacy“, visibile in esclusiva su Netflix. Credo che sia un documentario importante in quanto tra i primi, se non il primo, a trattare la problematica della pesca sostenibile al grande pubblico. Perché è un argomento che deve accumunare tutti i cittadini del mondo e non solo chi pesca per lavoro o per hobby. E infine, perché tutti i consumatori devono sapere come il cibo, in questo caso il pesce, arriva sulla propria tavola. I più attenti potrebbero far notare una importante serie di etichette e diciture. Non lo metto assolutamente in discussione ma spesso i più non sanno cosa significano queste informazioni. Ma andiamo per gradi.
Qual è la teoria del documentario Seasperacy?
La teoria del film in estrema sintesi è che dovremmo mangiare meno pesce, se non addirittura nulla. Né consiglio a tutti la visione per leggere tutte le eventuali sfaccettature. Con una teoria simile, le critiche non sono tardate ad arrivare. Io stesso onestamente non concordo con la teoria. Prima di partire con una tesi così forte credo che la prima domanda sia: quanto pesce peschiamo e poi non viene mangiato? Ovvero che proporzione viene sprecata? Sappiamo benissimo, in generale, che c’è una quota troppo alta di cibo sprecato ma io onestamente non so darvi un valore. Quindi prima di negare un cibo alla tavola, la mia idea iniziale è quella di non sprecarlo.
Perché affermo ciò?
Vi scrivo qualche numero: secondo The State of World Fisheries and Aquaculture 2020 della Fao, nel 2018 il totale della produzione ittica globale ammontava a 178,5 milioni di tonnellate. Il 46% derivava dall’acquacoltura e il restante 54% dalla pesca. E l’88% del totale sono destinate al consumo umano. E i numeri sono in crescita. La media globale pro capite di consumo è circa 24 chili, in Italia si parla 30,8 chili a testa. La media italiana è molto alta, non a caso già nel mese di aprile di ogni anno “finiamo” il quantitativo annuale pescato nei nostri mari e siamo obbligati ad importarlo da altre nazioni. Attenzione, ciò non significa che da maggio a dicembre si trova solo pesce importato sui banchi alimentari, è un discorso puramente di media.
Ma facciamo un passo indietro: cosa significa pesca sostenibile?
Riporto le parole delle tre caratteristiche elencate dal sito msc.org:
- La pesca lascia in mare abbastanza pesci per far sì che la popolazione marina possa riprodursi e l’attività di pesca possa così proseguire nel tempo, nel rispetto delle raccomandazioni scientifiche sullo stato delle risorse ittiche;
- La pesca è effettuata in modo da minimizzare il suo impatto sull’ecosistema, consentendo alla flora e alla fauna marina di prosperare;
- La pesca è gestita in modo responsabile nel rispetto delle leggi vigenti e in modo da potersi adattare ai cambiamenti.
Il problema della pesca industriale e del by catch
Ho più volte parlato della pesca industriale e quindi anche della pesca a strascico. Vi invito ad approfondire digitando “pesca a strascico” sulla barra ricerca del sito in altro a destra. Il problema, in sostanza, è la sua aggressività di cattura, si parla di interi branchi di pesci e soprattutto nella mancanza di selezione. Questo comporta la cattura di pesci non a target indicati tecnicamente come “by catch”. Nel by catch entrano pesci non il linea con il mercato del pesce, per limiti di taglia o per la poca domanda. La fine di queste creature alla fine è solo una: vengono ributtati in mare. E’ vero, una parte sarà cibo per altri pesci ma se lo vogliamo vedere in maniera più ampia (o egoistica), nei confronti del consumo umano è sicuramente uno spreco. Senza toccare la delicata questione di delfini o tartarughe, spesso trovate morte o moribonde a causa delle grandi reti o palamiti.
E quindi cosa fare?
Il mio piccolo consiglio riguarda tutti noi: non sprechiamo il pesce e soprattutto variamo la nostra dieta. Perché è giusto sottolineare che non tutte le specie sono coinvolte nell’overfishing. Tante non vengono considerate dalla pesca perché sul mercato non vi è richiesta e perché noi classifichiamo alcuni pesci come appartenenti ad una classe più bassa. Spesso, invece, è proprio il contrario. E se il consumatore capisce che non per forza si deve consumare pesce spada, salmone, tonno rosso, spigole ecc ma ci sono tante specie da apprezzare forse, tutti assieme, possiamo dare una piccola sterzata alla causa. E naturalmente il secondo punto è approfondire, conoscere e sapere. Per cui ittiologi, biologi e ricercatori, insomma tutte le categorie coinvolte nei lavori, scrivete una mail a lapescainmare12(@)gmail.com e parliamo assieme di questo problema in una diretta Facebook. E chi trova interessante questo articolo, lo condivida. E’ importante parlarne!














